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Council On Hemispheric Affairs

Monitoring Political, Economic and Diplomatic Issues Affecting the Western Hemisphere

Memorandum to the Press 04.100

Tuesday, 28 December, 2004

Word Count: 1350

 

Il Consiglio Di AffariEmisferici (Council on Hemispheric Affairs – COHA) fondato nel 1975 è un’organizzazione indipendente di ricerche e informazioni senza profitto e senza linea politica. È stata qualificata nell’aula del Senato degli Stati Uniti come, “una delle organizzazioni di studiosi e politici più distinta del paese”.

 

 

 

 

Il Cile, meno di quanto sembra

 

di Jessica Leight, Consiglio Di AffariEmisferici (COHA) collega di ricerca

 

 

Il cosìdetto “miracolo economico”  cileno, creato da un’alto livello di crescita economica, stabilità macroeconomica e lo sviluppo esplosivo delle esportazioni, è generalmente considerato dai sostenitori liberali come un capolavoro del modello economico di cui il Fondo Monetario Internazionale (FMI) si vanta e che cerca di replicare in tutto il mondo.  Nell’America Latina, dove un notevole intervento statale è il leitmotiv prevalente da decenni, il Cile si è distinto negli ultimi anni come un campione del Washington Consensus (Consenso di Washington) generalmente sgradito nel resto nell’emisfero.  Per precisare, l’intervento cileno nei tre programmi a cui si è iscritto nel corso di due decenni sembra una storia classica del successo dei prestiti del FMI.  L’impegno di Santiago per quanto riguarda l’implementazione delle disposizioni per aggiustamenti strutturali legati a tale finanziamento era tanto risoluto quanto il suo accordo originale all’ordine del giorno del FMI.  Il Cile, alle degli anni’80 non fu più sostenuto dall’FMI. ma continuò a seguire una via di forte crescita economica senza dover mai rivolgersi al finanziamento del Fondo, anche quando altri colossi della zona come il Brasile e l’Argentina si stavano arrendendo ai colpi feroci delle recessioni di 1998 e 2001.

Dall’altro canto, non si puó dedurre che la partecipazione cilena nel FMI sia un successo assoluto. Infatti se esaminiamo i programmi di aggiustamento creati dal FMI e implementati in Cile dopo la crisi economica del 1982-3, troviamo ch’è possibile criticare una politica che non aiutava l’economia a risolvere i problemi ed anzi forse li rendeva più seri. La crisi del 1982 rappresentò per il Cile una raccolta amara causata dalla ristrutturazione del paese da parte dell’intransigente governo militare che afferrò il potere nel 1973.  Eliminando Salvador Allende, il presidente costituzionalmente eletto e, nello stesso tempo le istituzioni democratiche, il governo di Pinoche aprì la porta ai neoliberalisti intransigenti “Chicago Boys.”  Sotto la loro direzione le imprese statali furono privatizzate a favore degli amici del governo ed a prezzo bassissimo – spesso fisso; le regole economiche furono cancellate ed i conti commerciali furono completamente liberalizzati.  Il risultato fu un debito estero enorme e la moneta sempre più sopravvalutata, mentre la gotha del Cile godeva di un eccesso di importazione nutrita da debiti di beni di consumo e speculazioni tempestive fra 1977 e 1982.  Il processo fu facilitato dall’eccesso di petrodollari e da questo si creò in quel periodo un’abbondanza di credito estero a prezzo bassissimo.

 

Nel 1982-83, però, la sintesi di una crisi di credito internazionale, un forte calo nel prezzo del rame (l’esportazione principale cilena) e il crollo completo dell’instabile sistema bancario che sfuggiva completamente a qualsiasi controllo, lanciarono il paese nella recessione più profonda del secolo.  Per questa ragione il governo Pinochet, come tanti altri governi latinoamericani che soffrivano una crisi di debito, si rivolse ai prestiti FMI e accettò le sue dure esigenze.  Queste esigenze inclusero la riduzione delle spese del governo e una politica monetaria ancora più stretta che quasi guarantirono il risultato di una profonda recessione.  In quest’ambito fu l’enfasi sbagliata del FMI sull’austerità fiscale strettissima che daneggiò di più l’economia cilena. È ovvio che il FMI non apprezzava la sanità fondamentale dell’economia cilena.  Infatti, gli apparenti debiti pubblici non furono causati da un sperpero comportamento da parte del governo, ma piuttosto dai costi di transizione nascendo dalla privatizzazione del 1981 del sistema di previdenza sociale che lasciò il settore pubblico con l’obbligo di pagare le  pensioni attuali mentre la maggior parte dei nuovi contributi furono diretti verso il settore privato.    In quest’ambito l’intervento del FMI non fece altro che peggiorare una recessione già segnata da un’enorme contrazione nel PIL e nei tassi di disoccupazione che superarono il 20 per cento.

Allo stesso tempo, il Fondo insistette come requisito dei prestiti che Santiago guarantisse il ripagamento del debito privato domestico; di questo credito il Cile ebbe un forte bisogno per poter ridurre la pressione sulle sue riserve valutarie. Perciò, in una mania di spendere miliardi di dollari, il governo si mise a salvare le banche, le società private ed i maggiori gruppi economici che prima del crollo godevano (e spesso approfittavano) un accesso privilegiato al credito, sopratutto per quanto riguarda l’accesso a credito dominato dal dollaro.  È ovvio che i poveri rimasero le vittime principali della recessione, soffrendo la disoccupazione e il ristagno dello stipendio reale; queste condizioni continuarono anche dopo che l’economia continuò di nuovo a crescere nel 1986.

D’altronde, i fattori più importanti per quanto riguarda sia il ristabilimento dell’economia dopo la crisi e sia la crescita robusta di cui il Cile godeva durante gli anni novanta, ci furono una serie di interventi statali, sopratutto nella promozione dell’esportazione e dell’importazione.  Anche nel controllo dei flussi del capitale a breve termine per il ristabilimento dell’economia ci fu una serie di interventi statali, sopratutto nella promozione dell’esportazione e nell’imposizione di controlli dei flussi del capitale a breve termine; quelli interventi  non furono d’accordo con l’orientazione generale del Fondo, o, nel caso dei controlli del capitale non furono d’accordo neanche con le raccomandazioni specifiche.  Perciò, nonostante le chiacchiere dei funzionari del FMI sul successo dell’economia cilena – una valutazione che evidentamente ignorava gli alti livelli di povertà e ad una distribuzione ingiusta dei redditi – si potrebbe dire che il “miracolo cileno” accadde nonostante, e non a causa della partecipazione cilena nei programmi del FMI.

 

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This analysis was prepared by Jessica Leight, COHA Research Fellow.
December 28 , 2004


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